Ci sono ricordi che appartengono al passato e altri che continuano a vivere dentro di noi. Per me la pittura nasce soprattutto da questi ultimi.
Ho attraversato luoghi, città e stagioni molto diverse, ma alcune immagini non mi hanno mai lasciato: il mare di Portopalo, l’Isola di Capo Passero, le case segnate dal tempo, una porta rimasta socchiusa, una stanza vuota, la luce che entra da una finestra. Sono immagini semplici, eppure hanno continuato ad accompagnarmi anche quando ero lontano.
Per molti anni ho dipinto la figura, il corpo, la presenza. Con il tempo, però, ho capito che anche ciò che non vediamo può avere una presenza fortissima. A volte un luogo vuoto racconta più di una figura. Un oggetto abbandonato, un muro consumato, una tenda che si muove possono conservare la memoria di chi è passato.
Da questa consapevolezza è nata Restanza.
Restanza non è nostalgia. Non significa tornare indietro. È piuttosto interrogarsi su ciò che rimane quando una presenza scompare, quando un gesto è terminato, quando il tempo sembra avere portato via ogni cosa.
Qualcosa resta sempre.
Resta una traccia, una luce, una ferita nel muro, un oggetto dimenticato. Resta soprattutto la memoria, che trasforma ciò che abbiamo vissuto e continua a restituircelo in forme nuove.
Quando dipingo non cerco quindi di ricostruire fedelmente un ricordo. Non voglio raccontarlo come una fotografia. Lo lascio affiorare, perdere i suoi contorni, incontrare il presente. È allora che il ricordo smette di essere soltanto mio e può diventare pittura.
Anche la luce, nei miei lavori più recenti, ha assunto un significato diverso. Non serve semplicemente a illuminare le cose. Attraversa il tempo, rivela ciò che sembrava scomparso e rende visibile una presenza proprio attraverso la sua assenza.
Forse tutta la mia pittura recente nasce da questa domanda: che cosa rimane di noi nei luoghi che abbiamo attraversato?
Non conosco una risposta definitiva
Karam Sebasiano Cannarella
Archivio Categoria: Blog
Perché alcuni luoghi non si dimenticano
Ci sono luoghi che attraversiamo e luoghi che, invece, attraversano noi.
Possiamo visitarli una sola volta, viverci per anni oppure incontrarli per caso. Eppure alcuni rimangono. Non sappiamo sempre spiegare perché. Non dipende necessariamente dalla loro bellezza, dalla grandezza di un monumento o dall’importanza della loro storia. A volte può essere una strada vuota, una stanza, una porta socchiusa, un cortile, un muro consumato dal tempo, un tratto di mare.
Qualcosa è accaduto lì. E quel qualcosa continua ad abitare il luogo anche quando non c’è più nessuno.
Forse è questa una delle forme più profonde della memoria.
Un luogo non conserva soltanto ciò che abbiamo visto. Conserva ciò che abbiamo provato.
Quando ritorniamo dopo molti anni nella casa della nostra infanzia, per esempio, riconosciamo immediatamente qualcosa che non appartiene soltanto agli occhi. Una finestra può essere stata sostituita, un muro ridipinto, un mobile spostato. Eppure sentiamo che sotto quei cambiamenti esiste ancora una presenza.
Il tempo è passato, ma non ha cancellato tutto.
Qualcosa resta.
È questa parola, resta, che da tempo accompagna la mia pittura.
Ho cercato a lungo la figura umana. Ho dipinto corpi, volti, gesti. Con il tempo, però, ho cominciato a capire che anche l’assenza può avere un corpo.
Una sedia vuota racconta qualcuno che si è alzato.
Un letto disfatto racconta qualcuno che ha dormito.
Una porta aperta racconta qualcuno che è passato.
Una tenda mossa dal vento racconta una presenza che non vediamo.
Un muro attraversato da una lama di luce può contenere una storia intera.
È da questa consapevolezza che nasce per me la Restanza: non la nostalgia di ciò che è perduto, ma la traccia di ciò che continua a esistere dopo il passaggio.
Anche i luoghi funzionano così.
Portopalo, dove sono nato, per me non è soltanto un punto geografico della Sicilia. È il mare guardato da bambino, l’isola di Capo Passero, le partenze, gli uomini che lavoravano, le voci che oggi non si sentono più. Molte cose sono cambiate. Alcune sono scomparse.
Eppure, quando torno, qualcosa mi riconosce.
Forse noi apparteniamo ai luoghi molto più di quanto immaginiamo.
Crediamo di essere noi a ricordarli, ma qualche volta sembra il contrario: sono loro a ricordare noi.
Ci aspettano.
Una pietra, una parete consumata, l’odore del mare, una luce particolare del pomeriggio possono improvvisamente restituirci un tempo che credevamo perduto. In pochi secondi ritornano persone, parole, silenzi.
La memoria non procede in linea retta.
Può rimanere nascosta per cinquant’anni e risvegliarsi davanti a una finestra.
Per questo alcuni luoghi non si dimenticano.
Perché non appartengono soltanto al passato. Continuano a vivere dentro il nostro presente.
Nella mia pittura cerco proprio quel momento: quando ciò che non c’è più diventa nuovamente percepibile senza essere rappresentato.
Non voglio necessariamente mostrare chi è passato.
Mi interessa mostrare che qualcuno è passato.
E soprattutto ciò che il suo passaggio ha lasciato.
Forse anche il sacro comincia da qui.
Non sempre da un’immagine evidente, ma dalla percezione che in uno spazio esista qualcosa di più di ciò che possiamo vedere. Una luce che entra, un silenzio, una soglia, un vuoto possono diventare luoghi spirituali quando ci obbligano a fermarci.
La luce, in particolare, non illumina soltanto.
Rivela.
Tocca una parete e improvvisamente quella parete sembra custodire un tempo. Attraversa una stanza vuota e ci fa percepire una presenza. Cade sul mare e per qualche istante ci ricorda quanto siamo piccoli davanti a qualcosa che esisteva prima di noi e continuerà dopo di noi.
Forse dipingo per questo.
Per trattenere non le cose, ma il loro passaggio.
Perché tutto passa, ma non tutto scompare.
Ci sono persone che continuano ad abitare una stanza dopo essere andate via. Ci sono voci che rimangono dentro una casa. Ci sono mari che continuiamo a guardare anche quando siamo lontani.
i sono luci che illuminano e luci che ricordano.
Nella mia pittura la luce non è mai soltanto un fatto naturale. Non serve semplicemente a rendere visibile una figura, un muro, il mare o una porta. È qualcosa che arriva da più lontano. Attraversa il tempo, incontra ciò che è rimasto e, per un istante, gli restituisce una presenza.
Ho sempre pensato che il tempo non cancelli veramente le cose. Le trasforma. Lascia tracce, consuma i colori, svuota le stanze, allontana le persone. Ma qualcosa resta.
È proprio in quel poco che rimane che cerco la mia pittura.
Quando dipingo un luogo vuoto, non penso che sia davvero vuoto. Qualcuno è passato di lì. Qualcuno ha aperto quella porta, ha guardato quel mare, ha appoggiato una mano su quel muro. Forse non sapremo mai chi fosse, ma la sua assenza continua ad abitare lo spazio.
La luce entra allora come una memoria.
Non racconta tutto. Non spiega. Sfiora.
Può essere una lama chiara che attraversa una stanza, un bagliore sul mare, una zona improvvisamente luminosa dentro un cielo più scuro. Mi interessa soprattutto quando sembra arrivare da un luogo che non vediamo.
È una luce che non appartiene soltanto al presente.
Forse per questo, negli ultimi anni, la figura umana ha progressivamente lasciato spazio nei miei quadri. Per molto tempo ho dipinto il corpo, il volto, il gesto. Oggi mi interessa anche quello che viene dopo: ciò che resta quando il corpo non c’è più.
Da questa ricerca è nata Restanza.
Restare, per me, non significa essere immobili. Significa continuare a esistere in un’altra forma. Una porta rimasta socchiusa, un oggetto dimenticato, una parete segnata, un orizzonte marino possono contenere più memoria di una figura rappresentata direttamente.
La luce rende visibile questa permanenza.
A Portopalo, dove sono nato, ho imparato molto presto a guardarla. La luce sul mare non è mai uguale. Cambia continuamente e nello stesso tempo sembra antichissima. È la stessa luce che hanno visto i pescatori, quelli che partivano e quelli che aspettavano sulla riva. È passata sulle barche, sulle tonnare, sulle case e sulle persone che oggi non ci sono più.
Quando torno davanti a quel mare, sento che presente e passato possono stare nello stesso istante.
Forse è questo che cerco quando dipingo.
Non voglio ricostruire ciò che è stato. Non voglio raccontare il passato come una fotografia. Cerco piuttosto il punto in cui il passato continua silenziosamente a vivere nel presente.
E la luce è il passaggio.
Attraversa gli anni senza appartenere a nessuno. Tocca ciò che nasce e ciò che scompare. Rivela per un momento qualcosa e subito dopo lo lascia tornare nel silenzio.
Anche quando affronto il sacro, è questa luce che cerco. Non una luce spettacolare o decorativa, ma una presenza trattenuta. Qualcosa che suggerisca senza dichiarare, che lasci allo spettatore lo spazio per sentire.
Perché credo che la pittura non debba sempre dare risposte.
A volte deve soltanto aprire una soglia.
Davanti a un quadro vorrei che chi guarda potesse fermarsi e avere la sensazione che qualcosa sia appena accaduto, oppure che stia per accadere. Non sappiamo cosa. Vediamo soltanto una traccia, un’ombra, una luce.
Il resto appartiene alla nostra memoria.
A ottantaquattro anni il tempo assume inevitabilmente un significato diverso. Non lo considero soltanto qualcosa che passa. Lo vedo come una materia che si deposita dentro di noi. Ogni incontro, ogni viaggio, ogni persona conosciuta, ogni luogo lasciato continua in qualche modo ad accompagnarci.
La pittura mi permette di riportare tutto questo alla superficie senza doverlo raccontare direttamente.
Un colore, un vuoto, una soglia possono contenere molti anni.
E poi arriva la luce.
Attraversa il quadro come attraversa la vita: per un momento rende visibile ciò che credevamo perduto.
È forse questa la ragione per cui continuo a dipingere.
Per cercare, dentro ciò che resta, quella piccola luce capace di attraversare il tempo.
Esistono luoghi che non sono soltanto spazi. Sono presenze. Custodiscono il tempo senza trattenerlo, come una pietra che continua a conservare il calore del sole anche dopo il tramonto.
Entrando in certi ambienti si ha la sensazione che qualcuno sia appena uscito. Non rimangono le persone, ma il loro passaggio. Una sedia leggermente spostata, una porta socchiusa, un muro consumato dalla luce, un drappo che si muove appena. Sono tracce minime, ma capaci di raccontare più di qualsiasi figura.
La memoria non abita soltanto negli uomini. Vive anche nei luoghi.
Ogni casa, ogni chiesa, ogni porto, ogni stanza attraversata dalla vita conserva qualcosa che non può essere misurato. È un silenzio che parla. È il tempo che si deposita lentamente sulle cose.
Forse è proprio qui che nasce la mia pittura.
Non dipingo la nostalgia. Cerco la permanenza. Cerco ciò che resta quando il rumore si allontana. Ogni quadro è il tentativo di rendere visibile una presenza invisibile, di mostrare che l’assenza non è mai un vuoto assoluto.
La luce diventa allora il vero volto della memoria. Non illumina soltanto gli oggetti: restituisce loro una storia.
È questa la Restanza: non fermarsi per paura di partire, ma riconoscere il valore di ciò che continua a vivere nei luoghi che abbiamo amato.
Quando un luogo conosce la memoria, non è più soltanto un luogo. Diventa una testimonianza. E l’arte, forse, non fa altro che ascoltare quella testimonianza e trasformarla in luce.
Con Attesa di luce, Karam Sebastiano Cannarella introduce nel ciclo Restanza una riflessione sul tempo dell’attesa, inteso non come sospensione passiva, ma come forma di permanenza. L’opera rinuncia a ogni definizione narrativa e costruisce uno spazio in cui la pittura diventa esperienza sensibile del fluire. Non esistono coordinate precise, né un orizzonte capace di orientare lo sguardo. Tutto sembra appartenere a un’unica materia liquida, attraversata da una presenza che emerge senza mai imporsi.
Al centro della composizione, una forma scura affiora dall’acqua come un corpo sospeso tra immersione ed emersione. Non è importante stabilirne l’identità. Cannarella non ricerca il riconoscimento dell’immagine, ma la condizione che essa incarna. Quella figura non sta affondando né sta riaffiorando: abita un equilibrio fragile, affidandosi al movimento stesso dell’acqua. È una presenza che resiste non opponendosi alla corrente, ma lasciandosi attraversare da essa.
Il titolo suggerisce la direzione della lettura. L’attesa non riguarda l’arrivo della luce come evento esterno. È piuttosto la disposizione interiore di chi continua a riconoscerne la possibilità anche quando tutto sembra immerso nell’incertezza. La luce, infatti, non irrompe nella scena. Si diffonde lentamente nella materia pittorica, trasformando i blu profondi in una superficie vibrante, dove ogni tonalità sembra custodire una promessa di chiarore.
All’interno della poetica di Restanza, quest’opera introduce una dimensione di fiducia. Restare significa anche accettare il tempo necessario perché qualcosa possa tornare a manifestarsi. La permanenza non coincide con l’attesa di una soluzione, ma con la capacità di abitare l’incompiuto senza smarrire il senso della direzione. È una scelta silenziosa, che rinuncia all’urgenza per riconoscere valore al tempo della maturazione.
La pittura accompagna questa visione attraverso una costruzione essenziale, dove il gesto si fa più raccolto e la materia sembra respirare insieme all’acqua. Le velature, le trasparenze e le improvvise densità cromatiche dissolvono ogni confine tra figura e ambiente, lasciando che sia il colore stesso a generare il movimento.
In questo senso, Attesa di luce non racconta un approdo, ma il momento che lo rende possibile. La luce non è ancora pienamente presente, e proprio per questo continua a esercitare la propria forza. Cannarella suggerisce che la restanza non nasce dalla certezza di ciò che verrà, ma dalla capacità di custodire una speranza anche quando il suo orizzonte resta invisibile. È in questa tensione discreta, fatta di fiducia e abbandono, che l’opera trova la propria intensità più autentica.
Viviamo in un tempo in cui le immagini nascono e scompaiono con la stessa velocità con cui scorriamo uno schermo. Ne vediamo migliaia, ma poche riescono davvero ad abitare la nostra memoria. Forse perché non concediamo loro il tempo necessario per entrare dentro di noi.
Credo invece che ogni vera opera d’arte abbia un proprio tempo. Non il tempo dell’orologio, ma quello dell’attesa, del silenzio e dell’incontro. Un’immagine autentica non si impone: aspetta. Rimane lì, discreta, fino a quando siamo pronti ad accoglierla.
Quando dipingo non cerco l’effetto immediato. Cerco una presenza che continui a vivere anche quando il quadro è stato lasciato. È in quel momento che nasce il dialogo più profondo tra l’opera e chi la osserva.
La pittura non è soltanto ciò che si vede. È ciò che resta dopo aver guardato. È una traccia che continua a lavorare dentro di noi, spesso senza che ce ne accorgiamo.
Per questo parlo di Restanza. Restare non significa fermarsi, ma custodire ciò che merita di non essere dimenticato. Ogni immagine dovrebbe avere il coraggio di rallentare il tempo, di sottrarci per un istante alla fretta quotidiana e di riconsegnarci al silenzio.
Forse il compito dell’arte oggi non è produrre altre immagini, ma restituire tempo alle immagini. Tempo per essere guardate, comprese e amate. Perché solo ciò che trova il tempo di abitare il nostro cuore può trasformarsi in memoria.
Karam Cannarella
Con La forza che resta, Karam Sebastiano Cannarella affronta uno dei nuclei più profondi del ciclo Restanza: l’idea che la forza non sia mai sinonimo di dominio, ma di capacità generativa. L’opera rinuncia a ogni riferimento riconoscibile e affida interamente alla pittura il compito di rendere visibile un’energia che precede la forma, come se la materia fosse colta nell’istante in cui il mondo comincia ad affiorare.
Non c’è un paesaggio da contemplare, né un’immagine da decifrare. La superficie è attraversata da un movimento continuo, in cui acqua e luce cessano di essere elementi naturali per diventare stati della materia. Le masse cromatiche si espandono, si comprimono, si rincorrono senza mai fissarsi definitivamente, generando una composizione che sembra nascere sotto gli occhi dello spettatore. La pittura non descrive il movimento: è movimento.
Il titolo suggerisce una forza che non si impone, ma permane. Non appartiene alla violenza dell’onda né alla stabilità della roccia. È piuttosto una qualità invisibile che attraversa ogni trasformazione senza esaurirsi. In questo senso, Cannarella si allontana da una concezione eroica della resistenza per proporre un’idea più sottile: la forza autentica è quella che continua a rigenerarsi, adattandosi al mutamento senza perdere la propria intensità.
All’interno di Restanza, quest’opera introduce una riflessione sul carattere vitale del divenire. Restare non significa conservare una forma, ma custodire l’energia che rende possibile ogni nuova forma. È una permanenza dinamica, che non si oppone al tempo ma lo attraversa, riconoscendo nel cambiamento la propria condizione naturale.
La materia pittorica accompagna questa visione con una libertà gestuale che raggiunge uno degli esiti più intensi dell’intero ciclo. I blu profondi, i bianchi improvvisi e le zone d’ombra non costruiscono contrasti, ma respirano insieme, dando origine a una superficie in continua espansione. La luce non interviene come elemento esterno: nasce dal dialogo stesso tra i colori, come una presenza che si genera dall’interno della pittura.
La forza che resta non racconta ciò che sopravvive dopo una perdita. Racconta ciò che continua a nascere. È un’immagine in cui la restanza non coincide con la memoria, ma con la possibilità inesauribile della trasformazione. Ed è forse proprio qui che la ricerca di Cannarella raggiunge una delle sue espressioni più libere: nel riconoscere che la permanenza non è immobilità, ma il continuo riaffiorare della vita attraverso la materia.
Viviamo in un tempo in cui tutti vedono, ma pochi osservano davvero.
Le immagini scorrono davanti ai nostri occhi con una velocità tale da impedirci di fermarci. Eppure l’arte nasce esattamente nel momento opposto: quando lo sguardo rallenta.
Un artista non aggiunge semplicemente un’immagine al mondo. Cerca ciò che il mondo custodisce in silenzio. Un muro consumato dal tempo, una finestra aperta sul mare, una sedia rimasta vuota possono raccontare molto più di una scena affollata.
Da anni la mia ricerca si muove in questa direzione. Non mi interessa descrivere ciò che accade, ma ciò che rimane dopo che tutto è accaduto. È in quello spazio silenzioso che riconosco la presenza del tempo.
Ho chiamato questa ricerca Restanza. Non è nostalgia, né memoria. È la capacità di riconoscere che ogni luogo conserva una traccia invisibile di chi lo ha abitato, di chi lo ha amato, di chi lo ha lasciato.
Forse il compito dell’arte oggi non è stupire, ma restituire profondità al nostro sguardo. Insegnarci a sostare. A riconoscere che anche il silenzio può avere una voce e che la luce, quando incontra il tempo, diventa memoria.
Con La ferita che trattiene luce, Karam Sebastiano Cannarella porta il percorso di Restanza a un punto di radicale essenzialità. Ogni elemento narrativo sembra ritirarsi per lasciare spazio a una pittura che riflette sulla materia stessa dell’esistenza. Non ci sono figure, né luoghi riconoscibili. L’immagine si costruisce attorno a una frattura che attraversa la superficie e che, invece di rappresentare una lacerazione definitiva, diventa il luogo in cui la luce trova la possibilità di manifestarsi.
La ferita evocata dal titolo non appartiene al registro del dolore né a quello della perdita. È un’apertura, una discontinuità che interrompe l’apparente compattezza della materia e ne rivela la profondità. La luce non proviene dall’esterno per rischiarare ciò che è oscuro; nasce dall’interno della frattura stessa, come se fosse custodita proprio da ciò che sembrava segnare una rottura irreparabile. Cannarella sovverte così una delle immagini più consolidate della tradizione simbolica: non è la luce a cancellare la ferita, ma è la ferita a renderla visibile.
All’interno del ciclo Restanza, quest’opera rappresenta una riflessione sulla vulnerabilità come condizione generativa. Restare non significa preservarsi integri, ma accettare che ogni esperienza lasci un’incisione capace di trasformare il nostro modo di abitare il mondo. La permanenza non coincide con la resistenza passiva, ma con la possibilità di custodire ciò che il tempo ha inciso senza occultarne le tracce.
La costruzione pittorica accompagna questa visione con una materia densa, attraversata da velature e improvvise aperture cromatiche. I grigi profondi, le campiture scure e la vibrazione del blu costruiscono uno spazio privo di riferimenti stabili, dove la superficie sembra continuamente oscillare tra compattezza e dissolvenza. La luce non organizza la composizione: la attraversa, la incrina, ne modifica costantemente l’equilibrio.
La ferita che trattiene luce non propone una riconciliazione con il dolore, né una sua sublimazione. Invita piuttosto a riconoscere che ogni frattura custodisce una possibilità di trasformazione. È proprio nel punto in cui la materia si spezza che l’immagine ritrova la propria energia. In questa tensione tra vulnerabilità e permanenza, Cannarella individua uno dei significati più profondi della restanza: la capacità di continuare a generare luce nonostante la ferita, e forse proprio grazie ad essa.
Molti pensano che un quadro nasca quando il pittore prende in mano il pennello. La mia esperienza mi ha insegnato che non è così.
Un’opera comincia molto prima. Comincia in un silenzio, in un ricordo, in una luce intravista per un solo istante. A volte nasce da una porta socchiusa, da una sedia rimasta vuota, da un muro consumato dal tempo o da un angolo di mare osservato centinaia di volte senza accorgersi che custodiva una storia.
L’artista non inventa il mondo. Impara a guardarlo con maggiore attenzione.
Ogni immagine che realizzo è il risultato di un’attesa. Non cerco effetti spettacolari. Cerco quella presenza invisibile che continua ad abitare i luoghi anche quando le persone non ci sono più.
È da questa ricerca che è nata la mia idea di Restanza: ciò che rimane quando tutto sembra essere finito. Non è nostalgia. È memoria che continua a vivere nello spazio.
Vorrei invitare chi legge a fare un piccolo esercizio. Fermatevi per qualche minuto davanti a un luogo che conoscete bene. Non abbiate fretta. Guardate la luce, le ombre, i segni del tempo. Chiedetevi quali vite siano passate da lì e quali emozioni quel luogo conservi ancora.
Forse scoprirete che ogni spazio racconta una storia. Basta imparare ad ascoltarlo.
È così che, almeno per me, nasce un’immagine.






