Dal 14 al 28 ottobre, lo Studio Zecchillo – EX STUDIO DI PIERO MANZONI in Via Fiori Chiari, 16, (Milano) accoglie #Restanza”, la mostra personale di #KaramSebastianoCannarella a cura di, #VeraAgosti.
Un titolo che evoca ciò che rimane: una traccia, un’eco, una presenza invisibile capace di abitare gli spazi anche dopo il passaggio dell’uomo. Nelle opere dell’artista, la luce diventa una soglia e, insieme, una ferita. Attraversa ambienti vuoti, si posa su superfici silenziose, illumina stanze, teatri e porte socchiuse, trasformandoli in luoghi sospesi tra memoria e attesa.
Un progetto espositivo che invita a riflettere sul significato del restare: abitare i luoghi, custodirne la memoria e trasformare l’esperienza in una nuova possibilità di narrazione. In un contesto carico di storia come l’ex studio di Piero Manzoni, le opere di Cannarella instaurano un dialogo intenso tra passato e presente, tra identità, radici e cambiamento.
Restanza invita gli spettatori a fermarsi e a contemplare ciò che rimane quando tutto sembra svanire. Si tratta di un’esperienza intima e coinvolgente, in cui la luce si fa linguaggio e l’assenza si trasforma in una sorprendente forma di presenza.
Archivio Autore: Karam
Ci sono giorni in cui davanti alla tela non cerco un soggetto. Cerco una luce.
Non quella che illumina ogni cosa e rende tutto evidente. Mi interessa una luce diversa: quella che entra da una porta rimasta socchiusa, attraversa una stanza vuota, sfiora un muro consumato, si posa su un oggetto che qualcuno ha lasciato lì molto tempo prima.
È una luce che non spiega.
Rimane.
Forse è proprio da qui che nasce un’immagine.
Prima del colore, prima della forma, prima ancora della pennellata, c’è qualcosa che affiora dalla memoria. Non è mai un ricordo preciso. È piuttosto una sensazione: una stanza che ho attraversato, un cortile, il mare visto da una finestra, una tenda mossa dal vento, un tavolo rimasto apparecchiato, una porta che non si è chiusa del tutto.
Quando dipingo non cerco di ricostruire quel luogo. Se lo facessi, diventerebbe racconto, descrizione. Cerco invece ciò che quel luogo ha trattenuto.
Ed è qui che la luce incontra la Restanza.
Restare non significa essere immobili. Significa continuare a esistere nelle tracce, nelle trasformazioni, nelle cose che sopravvivono al passaggio del tempo.
La luce fa esattamente questo.
Attraversa ciò che cambia e, per un istante, rende visibile ciò che è rimasto.
Su un muro rivela una ferita.
Su una sedia vuota fa sentire il corpo che l’ha abitata.
Su una porta chiusa conserva l’idea di un passaggio.
Dentro una stanza abbandonata non cancella l’assenza: le dà una forma.
Per questo, nella mia pittura, luce e Restanza appartengono allo stesso gesto.
La Restanza non è soltanto ciò che resiste. È ciò che continua a manifestarsi dopo che qualcosa è cambiato, è partito, è scomparso. E la luce è il modo attraverso cui quella presenza residua torna a farsi vedere.
Quando lavoro sulla tela, la stendo, la cancello, la copro. A volte la faccio quasi scomparire sotto strati più scuri. Poi torno a cercarla.
Anche questo, in fondo, è Restanza.
Qualcosa viene coperto, ma non è perduto. Rimane sotto la superficie. Aspetta. E quando riaffiora non è più ciò che era prima: porta con sé tutti gli strati che ha attraversato.
È allora che la luce smette di essere un effetto.
Diventa materia.
Diventa memoria.
Diventa pittura.
Forse è per questo che nei miei quadri il buio non è mai completamente buio e la luce non è mai soltanto luce. Tra i due rimane una soglia.
È in quella soglia che lavoro.
Non voglio illuminare tutto. Alcune cose devono restare nell’ombra, perché anche l’ombra custodisce. La luce deve arrivare soltanto dove serve, come quando entrando in una vecchia casa riconosciamo qualcosa senza sapere immediatamente che cosa abbiamo riconosciuto.
Alla fine spesso il lavoro consiste nel togliere.
Togliere il superfluo.
Togliere ciò che racconta troppo.
Togliere ciò che impedisce al silenzio di entrare.
Finché rimangono poche cose: una superficie, una ferita, un’ombra, forse un oggetto.
E una luce che continua a esserci.
È quella luce, per me, la forma più semplice della Restanza:
qualcosa è passato, ma non tutto se n’è andato.
Ed è proprio da ciò che rimane che può nascere un’immagine.
Un’immagine non nasce sempre da qualcosa che abbiamo davanti agli occhi.
A volte nasce proprio da ciò che non c’è più.
Un luogo vuoto, una porta rimasta socchiusa, una parete attraversata da una lama di luce, un oggetto dimenticato su un tavolo. Sono presenze minime, quasi insignificanti. Eppure possono trattenere una storia molto più di una figura.
Quando dipingo, non cerco di raccontare ciò che vedo. Cerco ciò che è rimasto dopo.
È questo il punto da cui nasce la mia pittura.
Per molti anni il corpo è stato al centro del mio lavoro. Poi, lentamente, ho cominciato a sentire che potevo togliere la figura e lasciare soltanto la sua traccia. Ho capito che un’assenza può avere un peso, che una stanza vuota può parlare, che una porta chiusa può custodire una memoria.
È nata così Restanza.
Non come rappresentazione dell’abbandono, ma come ricerca di ciò che resiste al tempo.
Prima di un quadro, spesso, non c’è un’immagine precisa. C’è una sensazione. Qualcosa che ritorna senza avere ancora una forma: una luce dell’infanzia, il rumore lontano del mare, l’ombra di una casa, un muro consumato, una stanza nella quale qualcuno ha vissuto.
Non voglio ricostruire quel ricordo.
Se lo descrivessi troppo, diventerebbe illustrazione.
Preferisco togliere.
Tolgo la figura, tolgo gli oggetti inutili, tolgo ciò che spiega troppo. Alla fine rimangono pochi elementi: una soglia, una superficie, una ferita nel muro, un’ombra e soprattutto la luce.
Ma anche la luce, nei miei quadri, non deve illuminare tutto.
Deve trattenersi.
Deve entrare appena, come se cercasse qualcosa.
È in quel momento che comincia veramente il quadro: quando ciò che vediamo smette di essere soltanto una stanza, una porta o un muro e diventa memoria.
Per questo penso che dipingere significhi anche dipingere ciò che non si vede.
Non l’oggetto, ma ciò che ha lasciato.
Non la persona, ma il luogo che ancora la ricorda.
Non il passato, ma la sua permanenza nel presente.
Forse ogni immagine nasce così: qualcosa scompare e qualcosa, misteriosamente, resta.
Io cerco di dipingere quel resto.
Quando dipingo, il colore non arriva mai per caso.
Prima ancora di scegliere un rosso, un ocra, un verde o un azzurro, dentro di me esiste già una sensazione. A volte è il ricordo di un luogo, altre volte una luce vista molti anni fa, un muro consumato dal sole, il colore del mare prima di una tempesta, una porta rimasta socchiusa.
Per questo penso che il colore nasca dalla memoria.
La memoria, però, non conserva le cose esattamente come sono state. Le trasforma. Un colore che apparteneva a un momento lontano ritorna diverso, più intenso o più silenzioso. Il tempo gli toglie qualcosa e nello stesso momento gli aggiunge profondità.
Nella mia pittura cerco proprio questo.
Non voglio riprodurre fedelmente ciò che ho visto. Cerco ciò che ne è rimasto dentro di me. Il rosso può diventare una ferita, ma anche una presenza. L’ocra può essere la terra, un muro antico, una stanza abbandonata. Il verde può avere dentro l’umidità, il tempo, qualcosa che continua a vivere nonostante l’assenza.
Ci sono luoghi che sembrano vuoti, ma non lo sono. Una casa abbandonata, una stanza rimasta chiusa, un cortile consumato dal tempo possono continuare a custodire la presenza di chi li ha abitati.
Non occorre vedere una figura per avvertirne il passaggio. A volte basta una porta socchiusa, una tenda immobile, un tavolo sul quale è rimasto un oggetto. Sono tracce minime, ma riescono a raccontare una vita intera.
Quando ritorno nei luoghi della mia infanzia, a Portopalo di Capo Passero, non vedo soltanto ciò che esiste oggi. Rivedo quello che c’era prima. Le case semplici, le strade, il mare, le barche e gli uomini che partivano quando era ancora buio. Il presente si mescola continuamente al ricordo.
Anche quando le persone non ci sono più, qualcosa di loro rimane. Rimane nei muri, negli oggetti utilizzati ogni giorno, nella disposizione di una stanza. Rimane soprattutto nella luce.
La luce che entra da una finestra non illumina soltanto uno spazio. Può rivelare una mancanza. Mostra il punto in cui qualcuno sedeva, lavorava o aspettava. Per questo, nei miei quadri, la luce non cancella l’assenza: la rende visibile.
Un luogo conserva la memoria senza bisogno di parole. Non racconta in modo preciso ciò che è accaduto, ma trattiene una sensazione. Chi entra può percepire una presenza, anche se non conosce la storia di quella casa o delle persone che vi hanno vissuto.
Nella pittura cerco proprio questo: non la ricostruzione esatta del passato, ma ciò che il passato ha lasciato dietro di sé.
Per molto tempo ho dipinto il corpo e la figura. Poi, lentamente, ho sentito il bisogno di guardare quello che rimaneva dopo il loro passaggio. La figura è scomparsa, ma lo spazio ha continuato a parlarne. Da questa consapevolezza è nato il mio lavoro sulla Restanza.
La Restanza non è soltanto ciò che resta materialmente. È una presenza che resiste al tempo. È il segno lasciato da una persona, da un gesto o da un’attesa. Qualcosa che non possiamo più toccare, ma che continua a vivere dentro di noi e nei luoghi attraversati.
Una parete rovinata può contenere più memoria di una fotografia. Una fessura può diventare una soglia. Un letto abbandonato può parlare di un corpo assente. Un vecchio oggetto può ricordare le mani che lo hanno usato.
Non serve aggiungere molti elementi. Spesso sono sufficienti una luce, un’ombra e una traccia. Il resto deve rimanere nel silenzio, perché anche chi guarda possa entrare nell’opera con la propria memoria.
Ognuno di noi possiede un luogo che continua a portare dentro di sé. Può essere la casa dell’infanzia, una stanza dei genitori, una strada, una spiaggia o un giardino. Tornandovi, ci accorgiamo che il tempo ha cambiato ogni cosa. Eppure, in un angolo, in un odore o in un riflesso, ritroviamo improvvisamente ciò che pensavamo perduto.
Forse i luoghi ricordano in modo diverso da noi. Non conservano i fatti, ma le tracce. Non trattengono le voci, ma il loro silenzio. Non possono restituirci le persone, ma continuano a mostrarci il vuoto che hanno lasciato.
Imparare a guardare un luogo significa allora non fermarsi a ciò che appare. Significa riconoscere ciò che continua a vivere dietro una porta, sopra un muro o dentro una luce.
Perché un luogo non è mai soltanto uno spazio.
È ciò che vi è accaduto. È chi lo ha abitato. È il tempo che vi è passato lasciando un segno.
Ed è, soprattutto, ciò che rimane quando tutto sembra essere andato via.
Ci sono oggetti che sembrano non avere più nulla da dire.
Una sedia vuota, una porta socchiusa, un vecchio specchio, un letto abbandonato, un giocattolo dimenticato. Oggetti comuni, che incontriamo ogni giorno senza guardarli davvero.
Eppure, quando qualcuno se ne va, quegli stessi oggetti cambiano.
Diventano testimoni.
Una sedia vuota non è più soltanto una sedia. Ci parla di chi vi si sedeva. Una porta rimasta aperta conserva l’idea di qualcuno che l’ha attraversata. Un letto disfatto può raccontare una presenza più intensamente di un volto.
È questo che mi interessa nella pittura degli ultimi anni: non rappresentare ciò che c’è, ma cercare ciò che rimane.
Per molto tempo ho dipinto la figura umana. Il corpo, il volto, il gesto erano al centro del quadro. Poi, lentamente, ho cominciato a sentire che potevo raccontare l’uomo anche senza mostrarlo.
Forse persino con maggiore intensità.
È nata così Restanza.
Nei miei quadri sono comparsi muri, porte, stanze vuote, tende, specchi, oggetti lasciati indietro. Non sono nature morte e non vogliono essere semplicemente luoghi abbandonati. Sono spazi nei quali qualcosa è accaduto.
L’oggetto diventa allora una traccia.
Pensiamo alle case in cui abbiamo vissuto. Basta ritornarvi dopo molti anni perché un particolare apparentemente insignificante faccia riemergere un mondo: una finestra, un tavolo, una mattonella, persino il modo in cui la luce entra in una stanza.
L’oggetto non possiede memoria, naturalmente. Siamo noi a consegnargliela.
Ed è proprio qui che comincia il lavoro del pittore.
Dipingo un oggetto non per descriverlo, ma per interrogare quello che porta con sé. Tolgo ciò che è superfluo, lascio che il silenzio occupi una parte del quadro e cerco una luce capace di far affiorare qualcosa che non si vede.
Perché la pittura, almeno per me, non deve spiegare tutto.
Deve lasciare una domanda.
Chi ha aperto quella porta?
Chi dormiva in quel letto?
Perché quella sedia è rimasta vuota?
Che cosa è successo in quella stanza?
Quando un quadro riesce a farci porre queste domande, l’oggetto ha smesso di essere una cosa.
È diventato una storia.
E forse imparare a guardare significa proprio questo: accorgersi che anche ciò che sembra immobile e silenzioso può custodire una presenza.
A volte basta fermarsi davanti a una cosa che abbiamo visto mille volte.
E guardarla come se fosse la prima.
Ci sono ricordi che appartengono al passato e altri che continuano a vivere dentro di noi. Per me la pittura nasce soprattutto da questi ultimi.
Ho attraversato luoghi, città e stagioni molto diverse, ma alcune immagini non mi hanno mai lasciato: il mare di Portopalo, l’Isola di Capo Passero, le case segnate dal tempo, una porta rimasta socchiusa, una stanza vuota, la luce che entra da una finestra. Sono immagini semplici, eppure hanno continuato ad accompagnarmi anche quando ero lontano.
Per molti anni ho dipinto la figura, il corpo, la presenza. Con il tempo, però, ho capito che anche ciò che non vediamo può avere una presenza fortissima. A volte un luogo vuoto racconta più di una figura. Un oggetto abbandonato, un muro consumato, una tenda che si muove possono conservare la memoria di chi è passato.
Da questa consapevolezza è nata Restanza.
Restanza non è nostalgia. Non significa tornare indietro. È piuttosto interrogarsi su ciò che rimane quando una presenza scompare, quando un gesto è terminato, quando il tempo sembra avere portato via ogni cosa.
Qualcosa resta sempre.
Resta una traccia, una luce, una ferita nel muro, un oggetto dimenticato. Resta soprattutto la memoria, che trasforma ciò che abbiamo vissuto e continua a restituircelo in forme nuove.
Quando dipingo non cerco quindi di ricostruire fedelmente un ricordo. Non voglio raccontarlo come una fotografia. Lo lascio affiorare, perdere i suoi contorni, incontrare il presente. È allora che il ricordo smette di essere soltanto mio e può diventare pittura.
Anche la luce, nei miei lavori più recenti, ha assunto un significato diverso. Non serve semplicemente a illuminare le cose. Attraversa il tempo, rivela ciò che sembrava scomparso e rende visibile una presenza proprio attraverso la sua assenza.
Forse tutta la mia pittura recente nasce da questa domanda: che cosa rimane di noi nei luoghi che abbiamo attraversato?
Non conosco una risposta definitiva
Karam Sebasiano Cannarella










