Ci sono giorni in cui davanti alla tela non cerco un soggetto. Cerco una luce.
Non quella che illumina ogni cosa e rende tutto evidente. Mi interessa una luce diversa: quella che entra da una porta rimasta socchiusa, attraversa una stanza vuota, sfiora un muro consumato, si posa su un oggetto che qualcuno ha lasciato lì molto tempo prima.
È una luce che non spiega.
Rimane.
Forse è proprio da qui che nasce un’immagine.
Prima del colore, prima della forma, prima ancora della pennellata, c’è qualcosa che affiora dalla memoria. Non è mai un ricordo preciso. È piuttosto una sensazione: una stanza che ho attraversato, un cortile, il mare visto da una finestra, una tenda mossa dal vento, un tavolo rimasto apparecchiato, una porta che non si è chiusa del tutto.
Quando dipingo non cerco di ricostruire quel luogo. Se lo facessi, diventerebbe racconto, descrizione. Cerco invece ciò che quel luogo ha trattenuto.
Ed è qui che la luce incontra la Restanza.
Restare non significa essere immobili. Significa continuare a esistere nelle tracce, nelle trasformazioni, nelle cose che sopravvivono al passaggio del tempo.
La luce fa esattamente questo.
Attraversa ciò che cambia e, per un istante, rende visibile ciò che è rimasto.
Su un muro rivela una ferita.
Su una sedia vuota fa sentire il corpo che l’ha abitata.
Su una porta chiusa conserva l’idea di un passaggio.
Dentro una stanza abbandonata non cancella l’assenza: le dà una forma.
Per questo, nella mia pittura, luce e Restanza appartengono allo stesso gesto.
La Restanza non è soltanto ciò che resiste. È ciò che continua a manifestarsi dopo che qualcosa è cambiato, è partito, è scomparso. E la luce è il modo attraverso cui quella presenza residua torna a farsi vedere.
Quando lavoro sulla tela, la stendo, la cancello, la copro. A volte la faccio quasi scomparire sotto strati più scuri. Poi torno a cercarla.
Anche questo, in fondo, è Restanza.
Qualcosa viene coperto, ma non è perduto. Rimane sotto la superficie. Aspetta. E quando riaffiora non è più ciò che era prima: porta con sé tutti gli strati che ha attraversato.
È allora che la luce smette di essere un effetto.
Diventa materia.
Diventa memoria.
Diventa pittura.
Forse è per questo che nei miei quadri il buio non è mai completamente buio e la luce non è mai soltanto luce. Tra i due rimane una soglia.
È in quella soglia che lavoro.
Non voglio illuminare tutto. Alcune cose devono restare nell’ombra, perché anche l’ombra custodisce. La luce deve arrivare soltanto dove serve, come quando entrando in una vecchia casa riconosciamo qualcosa senza sapere immediatamente che cosa abbiamo riconosciuto.
Alla fine spesso il lavoro consiste nel togliere.
Togliere il superfluo.
Togliere ciò che racconta troppo.
Togliere ciò che impedisce al silenzio di entrare.
Finché rimangono poche cose: una superficie, una ferita, un’ombra, forse un oggetto.
E una luce che continua a esserci.
È quella luce, per me, la forma più semplice della Restanza:
qualcosa è passato, ma non tutto se n’è andato.
Ed è proprio da ciò che rimane che può nascere un’immagine.
Karam Sebastiano Cannarella

