In prossimità della Chiesa S. Maria della Cava di Ispica, immersa nella macchia mediterranea si intravede una grotta dove, dal 363 al 365 d.C. abitò S. Ilarione, il quale, secondo alcune testimonianze partito dall’Egitto “approdò a Capo Pachino isolandosi in luoghi più interni a 20 miglia dal mare”.
S. Ilarione, santo eremita, nacque da genitori pagani verso il 291, a Tabata, piccola città della Palestina.
La vita di S. Ilarione si rivela essere, infatti, una “evangelica biografia” caratterizzata da una serie di viaggi alla ricerca della solitudine e in fuga dalla moltitudine, soprattutto dalla fama, ma il cui protagonista, tuttavia, tra viaggi e fughe, si dimostrò dedito al bene verso gli uomini e disposto a “sacrificare” per il prossimo il proprio amore primordiale.
Trasferito ad Alessandria d’Egitto per compiere gli studi, si distinse per vivacità d’ingegno e integrità di costumi grazie a un ingegno particolarmente vivo e un’integrità morale che applicò con maggior fervore dopo la conversione al cristianesimo.
Avido di udire la divina parola, fu sempre sollecito nell’intervenire alla sacra predicazione e nell’assistere ai divini uffici. Nauseato della vita licenziosa in Alessandria e mosso dall’ardente desiderio della perfezione cristiana, abbandonò quella città per recarsi in Tebaide presso S. Antonio abate.
Giovanissimo “si incamminò in direzione del deserto” travolto da un “ardente desiderio” di incontrare S. Antonio”. Trascorse con lui circa due mesi, studiando e ammirando il suo stile di vita segnato dalla preghiera, dall’umiltà, dalla rinuncia, dalla perseveranza, dal digiuno e dalla comunione con i fratelli ai quali offriva la guida spirituale mediante i suoi consigli. Le virtù di S. Antonio influenzarono profondamente la vita di S. Ilarione il quale decise di liberarsi da da quel fardello per dedicarsi a Dio in solitudine. Fu a quella scuola che apprese vivo amore alla solitudine, all’orazione e alla penitenza. Ma il grande concorso delle persone che venivano ad Antonio per ammirarne la santità o riceverne consiglio presto lo annoiò; sicchè, abbandonato quel luogo nel 307, fece ritorno nella sua terra natia in compagnia di alcuni monaci, dove, con profondo dolore apprese della morte dei genitori. Privo ormai d’ogni umano conforto si abbandonò totalmente nelle mani della Divina Provvidenza e donata parte dei suoi beni ai fratelli e parte ai poveri, lasciò definitivamente la casa paterna, per ritirarsi a Maiumma, luogo solitario della Palestina.
Così, nudo e armato in Cristo, decise di ritirarsi definitivamente nel deserto e i suoi giorni erano scanditi tra la preghiera, lo studio delle Scritture e il lavoro manuale. La sua solitudine, l’ascesi e l’esposizione alle innumerevoli tentazioni vinte unicamente con la potenza di Dio, con l’invocazione di Gesù Cristo, lo avevano trasformato in un uomo il cui obiettivo principale era quello di vivere accanto a Dio, con Dio e per Dio. Il senso della sua solitudine, ma anche di tutta la sua vita, giace nello stare in presenza di Dio, nell’essere unito a Lui. Nonostante la rigidità delle condizioni di vita che si impose arrivò all’età di 80 anni. Morì a Pafo, nel 372. Il suo corpo fu riportato al monastero di Maiumma dal discepolo Eusebio.