La luce non serve soltanto a vedere: il segreto dell’ombra tra Caravaggio e Turner.
La luce non serve soltanto a vedere.
Sembra un’affermazione semplice, quasi ovvia, eppure gran parte della storia della pittura potrebbe essere raccontata proprio partendo da questa idea. La luce mostra le cose, certamente, ma nello stesso momento le trasforma. Decide ciò che possiamo vedere e ciò che deve rimanere nell’ombra. Avvicina, allontana, rivela, nasconde.
Quando dipingo, non penso mai alla luce come a un elemento decorativo. Per me la luce è una presenza.
Ho imparato a conoscerla molto presto, davanti al mare di Portopalo. Chi è cresciuto sul mare sa che la luce non è mai la stessa. Cambia continuamente. Al mattino può essere netta, quasi crudele. Nel pomeriggio diventa più pesante. Al tramonto sembra trattenere le cose per qualche istante prima di lasciarle scomparire.
Da bambino non sapevo naturalmente che tutto questo avrebbe avuto a che fare con la pittura. Guardavo.
E forse un pittore comincia proprio così: guardando qualcosa senza sapere ancora perché continuerà a ricordarla per tutta la vita.
Con gli anni ho capito che la luce non illumina semplicemente un volto, un muro, una porta o il mare. Li interroga.
Pensiamo a Caravaggio. La sua luce non entra nella scena per permetterci di vedere meglio. Arriva come un avvenimento. Tocca un volto, una mano, un corpo e improvvisamente quel particolare diventa necessario. Tutto ciò che rimane intorno può sprofondare nel buio.
Turner compie quasi il movimento opposto. La luce non colpisce più le cose: sembra dissolverle. Il mare, il cielo, le navi e l’orizzonte perdono lentamente i loro confini. Rimane un’atmosfera nella quale non sappiamo più con certezza dove finisca il mondo e dove cominci la luce.
Sono due modi molto diversi di dipingere, ma entrambi ci ricordano qualcosa: la luce non è neutrale.
Anche nella vita è così.
Ci sono momenti nei quali vediamo improvvisamente qualcosa che era sempre stato davanti a noi. Una persona, un luogo, perfino un oggetto familiare assumono un significato diverso. Non sono cambiati loro. È cambiata la luce con cui li guardiamo.
Forse è per questo che, andando avanti negli anni, il mio rapporto con la pittura è cambiato.
Per molto tempo ho dipinto la figura. Il corpo era al centro della scena. Avevo bisogno della sua presenza, del gesto, della carne, dello sguardo.
Poi, lentamente, qualcosa si è spostato.
Ho cominciato a interessarmi maggiormente a ciò che rimane quando la figura non c’è più: una stanza, una porta socchiusa, una parete, una traccia, un lembo di mare.
Ed è proprio allora che la luce è diventata ancora più importante.
Quando togliamo la figura, infatti, non necessariamente togliamo la presenza.
Una lama di luce che attraversa una stanza vuota può raccontare qualcuno che non vediamo. Una porta illuminata può suggerire un’attesa. Un muro colpito dal sole può custodire una memoria. Un orizzonte quasi cancellato può farci sentire una distanza.
La pittura non deve sempre spiegare.
Anzi, credo che uno dei suoi compiti più profondi sia lasciare qualcosa senza risposta.
Viviamo in un tempo che pretende di mostrarci tutto. Le immagini arrivano continuamente davanti ai nostri occhi. Sono luminose, immediate, perfette. Ci dicono dove guardare e spesso anche cosa dobbiamo provare.
La pittura può fare il contrario.
Può chiedere tempo.
Può lasciare una zona d’ombra.
Può permetterci di non capire immediatamente.
Quando davanti a un quadro ci domandiamo da dove venga quella luce, cosa ci sia oltre una porta o perché una parte della tela sia rimasta quasi nell’oscurità, in quel momento abbiamo già cominciato a partecipare all’opera.
Non siamo più semplicemente spettatori.
Stiamo guardando.
Ed è una differenza enorme.
Oggi cerco una luce che non cancelli il buio. Ho bisogno di entrambi. Una tela completamente illuminata rischia di non avere più segreti; una tela completamente buia rischia di non concederci alcuna possibilità.
Tra queste due condizioni esiste uno spazio sottile.
È lì che mi interessa dipingere.
Karam Sebastiano Cannarella


