Perché alcuni luoghi non si dimenticano
Ci sono luoghi che attraversiamo e luoghi che, invece, attraversano noi.
Possiamo visitarli una sola volta, viverci per anni oppure incontrarli per caso. Eppure alcuni rimangono. Non sappiamo sempre spiegare perché. Non dipende necessariamente dalla loro bellezza, dalla grandezza di un monumento o dall’importanza della loro storia. A volte può essere una strada vuota, una stanza, una porta socchiusa, un cortile, un muro consumato dal tempo, un tratto di mare.
Qualcosa è accaduto lì. E quel qualcosa continua ad abitare il luogo anche quando non c’è più nessuno.
Forse è questa una delle forme più profonde della memoria.
Un luogo non conserva soltanto ciò che abbiamo visto. Conserva ciò che abbiamo provato.
Quando ritorniamo dopo molti anni nella casa della nostra infanzia, per esempio, riconosciamo immediatamente qualcosa che non appartiene soltanto agli occhi. Una finestra può essere stata sostituita, un muro ridipinto, un mobile spostato. Eppure sentiamo che sotto quei cambiamenti esiste ancora una presenza.
Il tempo è passato, ma non ha cancellato tutto.
Qualcosa resta.
È questa parola, resta, che da tempo accompagna la mia pittura.
Ho cercato a lungo la figura umana. Ho dipinto corpi, volti, gesti. Con il tempo, però, ho cominciato a capire che anche l’assenza può avere un corpo.
Una sedia vuota racconta qualcuno che si è alzato.
Un letto disfatto racconta qualcuno che ha dormito.
Una porta aperta racconta qualcuno che è passato.
Una tenda mossa dal vento racconta una presenza che non vediamo.
Un muro attraversato da una lama di luce può contenere una storia intera.
È da questa consapevolezza che nasce per me la Restanza: non la nostalgia di ciò che è perduto, ma la traccia di ciò che continua a esistere dopo il passaggio.
Anche i luoghi funzionano così.
Portopalo, dove sono nato, per me non è soltanto un punto geografico della Sicilia. È il mare guardato da bambino, l’isola di Capo Passero, le partenze, gli uomini che lavoravano, le voci che oggi non si sentono più. Molte cose sono cambiate. Alcune sono scomparse.
Eppure, quando torno, qualcosa mi riconosce.
Forse noi apparteniamo ai luoghi molto più di quanto immaginiamo.
Crediamo di essere noi a ricordarli, ma qualche volta sembra il contrario: sono loro a ricordare noi.
Ci aspettano.
Una pietra, una parete consumata, l’odore del mare, una luce particolare del pomeriggio possono improvvisamente restituirci un tempo che credevamo perduto. In pochi secondi ritornano persone, parole, silenzi.
La memoria non procede in linea retta.
Può rimanere nascosta per cinquant’anni e risvegliarsi davanti a una finestra.
Per questo alcuni luoghi non si dimenticano.
Perché non appartengono soltanto al passato. Continuano a vivere dentro il nostro presente.
Nella mia pittura cerco proprio quel momento: quando ciò che non c’è più diventa nuovamente percepibile senza essere rappresentato.
Non voglio necessariamente mostrare chi è passato.
Mi interessa mostrare che qualcuno è passato.
E soprattutto ciò che il suo passaggio ha lasciato.
Forse anche il sacro comincia da qui.
Non sempre da un’immagine evidente, ma dalla percezione che in uno spazio esista qualcosa di più di ciò che possiamo vedere. Una luce che entra, un silenzio, una soglia, un vuoto possono diventare luoghi spirituali quando ci obbligano a fermarci.
La luce, in particolare, non illumina soltanto.
Rivela.
Tocca una parete e improvvisamente quella parete sembra custodire un tempo. Attraversa una stanza vuota e ci fa percepire una presenza. Cade sul mare e per qualche istante ci ricorda quanto siamo piccoli davanti a qualcosa che esisteva prima di noi e continuerà dopo di noi.
Forse dipingo per questo.
Per trattenere non le cose, ma il loro passaggio.
Perché tutto passa, ma non tutto scompare.
Ci sono persone che continuano ad abitare una stanza dopo essere andate via. Ci sono voci che rimangono dentro una casa. Ci sono mari che continuiamo a guardare anche quando siamo lontani.


