RESTANZA
“Restanza”, un termine che sa di attesa, di resistenza e di sedimento. Il corpo non scompare, si converte in traccia, in eco della propria esistenza, in una presenza minima che continua a respirare nel silenzio.
“Restanza”, un termine che sa di attesa, di resistenza e di sedimento. Il corpo non scompare, si converte in traccia, in eco della propria esistenza, in una presenza minima che continua a respirare nel silenzio.
Karam Sebastiano Cannarella ha da sempre esplorato attraverso la pittura il rito, la trasformazione e il corpo come luogo di mutazione instabile. Nel corso del tempo, tuttavia, qualcosa ha cominciato a sottrarsi: le figure rappresentate hanno perso peso, i volti appaiono consumati e la pittura ha smesso di raccontare chi abitava quello spazio, iniziando invece a trattenere ciò che ne rimaneva. Con questo nuovo ciclo di opere l’artista prosegue la propria ricerca sui temi della memoria, dell’assenza e della permanenza, sviluppando un linguaggio pittorico sempre più essenziale e concentrato sul rapporto tra luce e spazio.
L’artista non cerca la forma, non esalta la bellezza bensì si limita a sottrarre ciò che precedentemente è già stato risolto rimanendo presente una traccia, uno spazio manifestando una tensione che non si annulla. il dipinto non racconta, ma descrive un qualcosa nel momento in cui tutto è terminato.
Restanza nasce da questo passaggio, rappresentando ciò che persiste, resiste e continua ad abitare il presente, resiste e continua ad abitare il presente. Una parola che diventa metafora di una ricerca pittorica orientata a interrogare ciò che resta dopo il passaggio del tempo, quando l’azione si è conclusa e la presenza che non necessita di mostrarsi interamente, ma una traccia minima continua a respirare dentro il silenzio si è trasformata in memoria. In Restanza il corpo non scompare davvero: si trasforma in traccia, memoria, eco della propria presenza, che non necessitai di mostrarsi interamente ma è una traccia che continua a respirare dentro il silenzio. Cannarella costruisce una pittura in cui la luce diventa esperienza emotiva e strumento di conoscenza, capace di trattenere ciò che il tempo tende inevitabilmente a disperdere. Una luce elettrica, pirotecnica e al contemponcestrale. È una luce che non si limita a illuminare gli oggetti, ma fonda lo spazio. È una luce che resiste, che si incunea tra le crepe di un posto abbandonato e taglia le ombre. Ma è, paradossalmente, una luce che illumina il vuoto. Anzi, l’assenza. Nei quadri di Karam l’essere umano è il grande latitante. Eppure, non c’è mai stata così tanta “umanità” come in queste stanze deserte. Siamo davanti a una contraddizione termica: la presenza assente. Sono immagini attraversate da una dimensione poetica e meditativa che invita lo spettatore a confrontarsi con il proprio vissuto, con la memoria dei luoghi e con la fragilità delle presenze. La luce diventa il dispositivo attraverso cui il ricordo prende forma e continua a esistere.
Nel silenzio di luoghi dimenticati, la pittura di Karam Sebastiano Cannarella si fa custode di memorie intangibili. Non narra eventi passati, ma trattiene l’eco di presenze fugaci, impronte invisibili lasciate nel tempo. In questo spazio sospeso, la materia si dissolve, rifiuta la forma stabile per lasciare emergere frammenti, resti che parlano senza parole.
Il vuoto non è assenza, ma una tensione vibrante, un’attesa che pervade l’aria. Ogni pennellata diventa un sussurro di ciò che è stato, un suggerimento delicato e fragile. Così la pittura resta sospesa, come un respiro trattenuto, il silenzio dopo un suono appena svanito, segnando il confine sottile tra presenza e memoria. Un quadro non va guardato soltanto con gli occhi. Va attraversato lentamente, come se si stesse percorrendo un paesaggio interiore fatto di luci e ombre. La prima impressione è importante, ma non basta: spesso è solo una porta d’ingresso che invita a immergersi più a fondo. Alcune opere si aprono subito, accolgendoci con chiarezza e immediatezza, mentre altre chiedono silenzio, pazienza e tempo, quasi volessero proteggere un segreto delicato.
Non bisogna cerare nelle opere dell’artista un significato preciso, occorre invece ascoltare ciò che il quadro trattiene, ciò che non viene detto esplicitamente ma pulsa sotto la superficie. La luce, i vuoti, le zone consumate, persino ciò che sembra mancare, fanno parte dell’opera quanto le immagini riconoscibili. Sono questi elementi a creare un’atmosfera, a suggerire emozioni e tensioni sottili. Ogni pittura ha un ritmo interno: bisogna capire dove respira e dove resiste, dove si apre e dove si ritrae. Un quadro non vive soltanto nel soggetto che rappresenta; vive nella tensione della materia, nelle esitazioni del gesto, nella memoria lasciata sulla superficie. Lì si nasconde l’anima dell’opera, quel frammento di vita sospeso tra presenza e assenza.
Ci sono opere che raccontano con parole chiare, altre invece custodiscono silenziosi misteri. Spesso le immagini più profonde sono quelle che non si spiegano completamente, ma continuano a restare dentro chi le guarda, generando una tensione trattenuta che non si risolve mai del tutto. Non è mancanza, ma una forza viva, un’eco sottile di qualcosa appena accaduto.
Cerca una pittura che rimanga sospesa, come l’eco di quel momento fragile e intenso in cui il tempo sembra fermarsi, e lo sguardo si perde tra le pieghe invisibili dell’esperienza. Solo così un quadro diventa molto più di un’immagine: diventa un incontro profondo con l’ignoto che abita dentro di noi.