i sono luci che illuminano e luci che ricordano.
Nella mia pittura la luce non è mai soltanto un fatto naturale. Non serve semplicemente a rendere visibile una figura, un muro, il mare o una porta. È qualcosa che arriva da più lontano. Attraversa il tempo, incontra ciò che è rimasto e, per un istante, gli restituisce una presenza.
Ho sempre pensato che il tempo non cancelli veramente le cose. Le trasforma. Lascia tracce, consuma i colori, svuota le stanze, allontana le persone. Ma qualcosa resta.
È proprio in quel poco che rimane che cerco la mia pittura.
Quando dipingo un luogo vuoto, non penso che sia davvero vuoto. Qualcuno è passato di lì. Qualcuno ha aperto quella porta, ha guardato quel mare, ha appoggiato una mano su quel muro. Forse non sapremo mai chi fosse, ma la sua assenza continua ad abitare lo spazio.
La luce entra allora come una memoria.
Non racconta tutto. Non spiega. Sfiora.
Può essere una lama chiara che attraversa una stanza, un bagliore sul mare, una zona improvvisamente luminosa dentro un cielo più scuro. Mi interessa soprattutto quando sembra arrivare da un luogo che non vediamo.
È una luce che non appartiene soltanto al presente.
Forse per questo, negli ultimi anni, la figura umana ha progressivamente lasciato spazio nei miei quadri. Per molto tempo ho dipinto il corpo, il volto, il gesto. Oggi mi interessa anche quello che viene dopo: ciò che resta quando il corpo non c’è più.
Da questa ricerca è nata Restanza.
Restare, per me, non significa essere immobili. Significa continuare a esistere in un’altra forma. Una porta rimasta socchiusa, un oggetto dimenticato, una parete segnata, un orizzonte marino possono contenere più memoria di una figura rappresentata direttamente.
La luce rende visibile questa permanenza.
A Portopalo, dove sono nato, ho imparato molto presto a guardarla. La luce sul mare non è mai uguale. Cambia continuamente e nello stesso tempo sembra antichissima. È la stessa luce che hanno visto i pescatori, quelli che partivano e quelli che aspettavano sulla riva. È passata sulle barche, sulle tonnare, sulle case e sulle persone che oggi non ci sono più.
Quando torno davanti a quel mare, sento che presente e passato possono stare nello stesso istante.
Forse è questo che cerco quando dipingo.
Non voglio ricostruire ciò che è stato. Non voglio raccontare il passato come una fotografia. Cerco piuttosto il punto in cui il passato continua silenziosamente a vivere nel presente.
E la luce è il passaggio.
Attraversa gli anni senza appartenere a nessuno. Tocca ciò che nasce e ciò che scompare. Rivela per un momento qualcosa e subito dopo lo lascia tornare nel silenzio.
Anche quando affronto il sacro, è questa luce che cerco. Non una luce spettacolare o decorativa, ma una presenza trattenuta. Qualcosa che suggerisca senza dichiarare, che lasci allo spettatore lo spazio per sentire.
Perché credo che la pittura non debba sempre dare risposte.
A volte deve soltanto aprire una soglia.
Davanti a un quadro vorrei che chi guarda potesse fermarsi e avere la sensazione che qualcosa sia appena accaduto, oppure che stia per accadere. Non sappiamo cosa. Vediamo soltanto una traccia, un’ombra, una luce.
Il resto appartiene alla nostra memoria.
A ottantaquattro anni il tempo assume inevitabilmente un significato diverso. Non lo considero soltanto qualcosa che passa. Lo vedo come una materia che si deposita dentro di noi. Ogni incontro, ogni viaggio, ogni persona conosciuta, ogni luogo lasciato continua in qualche modo ad accompagnarci.
La pittura mi permette di riportare tutto questo alla superficie senza doverlo raccontare direttamente.
Un colore, un vuoto, una soglia possono contenere molti anni.
E poi arriva la luce.
Attraversa il quadro come attraversa la vita: per un momento rende visibile ciò che credevamo perduto.
È forse questa la ragione per cui continuo a dipingere.
Per cercare, dentro ciò che resta, quella piccola luce capace di attraversare il tempo.

