Con Restanza, Karam Cannarella inaugura una nuova traiettoria della propria ricerca, spostando lo
sguardo verso una dimensione più raccolta e radicalmente essenziale del permanere. Se nei lavori
precedenti la figura sembrava abitare territori instabili dell’identità, immersa in processi di esposizione,
trasformazione e dispersione, in questa nuova produzione la tensione si concentra attorno a un gesto
più silenzioso: quello del custodire.
In L’ultimo custode, la pittura si apre a un interno sospeso, uno spazio domestico e insieme mentale,
attraversato da tracce di presenza che sembrano resistere all’erosione del tempo. Il cavalletto, i pennelli,
il tavolo consumato non si limitano a definire un ambiente; diventano frammenti di una memoria
operativa, indizi di un fare che continua a esistere anche nell’assenza. Ogni elemento appare trattenuto
in una temporalità lenta, come se qualcosa fosse appena accaduto o dovesse ancora compiersi.
Al centro dell’opera, il corpo disteso del cane introduce una presenza che sfugge a ogni facile allegoria.
Custode, certamente, ma non nel senso eroico o vigile del termine. La sua postura raccolta suggerisce
piuttosto una fedeltà quieta, una forma di resistenza discreta che si manifesta attraverso l’attesa. È una
presenza vulnerabile e al tempo stesso necessaria: resta quando tutto sembra essersi ritirato, abita uno
spazio che non protegge più nulla se non la possibilità stessa del permanere.
La porta socchiusa, invasa dalla luce, organizza la tensione simbolica dell’immagine. Non rappresenta
un approdo né una promessa di fuga. È una soglia aperta, il punto in cui interno ed esterno si sfiorano
senza risolversi. In questa tensione si articola il nucleo poetico di Restanza: restare non significa
immobilizzarsi, ma sostenere il conflitto tra ciò che trattiene e ciò che inevitabilmente chiama altrove.
Il concetto di restanza, nella ricerca di Cannarella, si libera così da ogni interpretazione nostalgica. Non
coincide con il rifiuto del cambiamento, ma con la scelta — fragile e ostinata — di abitare ciò che
rimane senza sottrarsi alla precarietà. L’ultimo custode non racconta una fine né un abbandono; mette
piuttosto in scena una forma di presenza minima e resistente, una condizione in cui anche il silenzio
diventa gesto di cura.
La pittura si fa allora luogo di sedimentazione emotiva: meno teatrale, più atmosferica, capace di
trattenere la luce e il tempo. In Restanza, ciò che sopravvive non è la certezza, ma la relazione sottile con
ciò che continua, nonostante tutto, a chiedere di essere custodito.
Paola Martino


