Con Spiraglio, Karam Sebastiano Cannarella porta la riflessione sulla Restanza verso un grado ulteriore di essenzialità. Se nelle opere precedenti la memoria si manifestava attraverso presenze riconoscibili, oggetti carichi di vissuto o figure che emergevano dalla materia pittorica come tracce di un’assenza, qui tutto sembra ridursi a pochi elementi: una porta aperta, una luce che invade lo spazio, una coppia di scarpe abbandonate e una serie di impronte che attraversano il pavimento. Eppure, proprio in questa sottrazione, l’immagine acquista una straordinaria intensità evocativa.
L’ambiente appare quasi svuotato. Le pareti scure assorbono lo sguardo, trasformando lo spazio in una dimensione mentale prima ancora che fisica. La luce che irrompe dall’esterno non illumina semplicemente la stanza: la attraversa, la incide, ne ridefinisce la percezione. È una presenza viva, capace di costruire una tensione narrativa senza bisogno di mostrare alcun protagonista.
A raccontare ciò che è accaduto sono le tracce. Le impronte che si susseguono sul pavimento costituiscono l’asse silenzioso della composizione. Non sappiamo a chi appartengano, né se conducano verso l’interno o verso l’esterno. Questa ambiguità diventa il cuore dell’opera. Le orme registrano un passaggio, testimoniano una presenza ormai assente, ma allo stesso tempo continuano a indicare una possibilità. Sono memoria e movimento, permanenza e trasformazione.
Accanto a esse, le scarpe col tacco abbandonate introducono una dimensione profondamente umana. Non appaiono come semplici oggetti, ma come residui di una storia che la pittura lascia volutamente incompleta. Cannarella non costruisce una narrazione da decifrare; offre piuttosto frammenti attraverso cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la propria esperienza dell’attesa, della perdita.
Il titolo orienta questa lettura. Lo spiraglio non coincide soltanto con l’apertura fisica della porta. È una condizione dello sguardo. Rappresenta quel margine sottile attraverso cui qualcosa continua a entrare nella nostra vita anche quando sembra essersene andato. È la possibilità che la luce trovi un varco nell’oscurità, ma anche che il passato continui a dialogare con il presente senza mai esaurirsi completamente.
All’interno della poetica della Restanza, l’opera assume un significato particolarmente emblematico. Restare non è qui sinonimo di immobilità. Le impronte testimoniano che qualcuno si è mosso, che una scelta è stata compiuta, che una soglia è stata attraversata. Eppure, qualcosa continua a permanere. Non il corpo, non la figura, ma il segno del passaggio, la memoria di una presenza che ancora abita lo spazio.
In questo spazio sospeso, tra ombra e luce, tra partenza e permanenza, l’artista sembra suggerire che la vera restanza non riguarda ciò che rimane immobile, ma ciò che continua a lasciare traccia di sé anche dopo essere passato oltre.
Paola Martino



